La (ri)scoperta dei tesori nascosti

di Lorenzo Chiacchiera Riscoprire qualcosa, solitamente, significa mettersi testardamente alla sua ricerca finché quello che cercavamo non salta fuori sulla base di documenti e fedeli ricostruzioni storiografiche. Tecnicamente più che una riscoperta questa è stata una caccia al tesoro in cui, chi più chi meno, ha alimentato col proprio contributo ora il mito ora la leggenda conoscendo il nascondiglio, ma non benissimo il tesoro nascosto. Sta di fatto che poco più di una settimana fa grazie alla segretaria del Comune Lorena Girotti saltano fuori le chiavi di uno sgabuzzino di proprietà comunale che sembravano perdute e, senza aspettare troppo, mi reco in loco per un sopralluogo con Cipriano Cipriani, storico locale e collaboratore del gruppo cultura, Mirko Pisacane e Mauro Salvatelli del social media team che si occupa assieme a Lorenzo Polimanti ed altri ragazzi di Visit Monte San Giusto. Lo sgabuzzino conteneva, e qui le voci sono state confermate, l'imponente, bellissimo e raffinatissimo stemma in pietra di Sisto V, un cimelio dei grandi fasti passati, un paio di lampadari di pregevole fattura ancora incartati e imbustati (provenienti da Palazzo Bonafede), una balaustra (prima sorpresa) e una bellissima tela del Settecento (seconda e maggiore delle sorprese), che nessuno ricordava, e provenienti entrambe da quello scrigno sensazionale che si è rivelato Sant’Agostino.

Come ha immediatamente suggerito il nostro Cipriano, la tela sembrerebbe rappresentare l'Uomo dei dolori (Ecce Homo) con a fianco due santi agostiniani. Per chi non conoscesse l'iconografia legata alla religione cristiana l'Uomo dei dolori o Ecce homo è la raffigurazione di Cristo flagellato e coronato di spine avvolto nel mantello di porpora secondo i versi del Vangelo di Giovanni (19,5 Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: "Ecco l'uomo"). Ai piedi di Cristo un angelo con in mano un cuore fiammeggiante trafitto, simbolo dell’ordine agostiniano (La parola di Dio che trafigge il pensiero di Sant’Agostino) in mezzo a San Clemente da Osimo e Santa Chiara da Montefalco, come suggerisce bene Cipriano Cipriani. Famosi Ecce homo sono, ad esempio, quelli di Caravaggio, del Cigoli, di Tiziano o Antonello da Messina, per chi volesse approfondire questo tema iconografico.

Torniamo alla tela; chi è l'autore? Siamo sicuramente nel Settecento, siamo nel ciclo di tele che addobbavano la chiesa di Sant'Agostino (ne manca ancora una all'appello, forse due perché, molto probabilmente, anche l’affresco con il Crocifisso era coperto da una tela) e stiamo parlando sempre di uno dei Ricci, pittori fermani molto attivi in queste terre. Gli studi che avverranno in sede di restauro (speriamo!) andranno sicuramente a darci ulteriori e preziose notizie. A seguito di ciò occorre fare una dovuta riflessione. Ci troviamo in una terra, quella maceratese e marchigiana, con una concentrazione d’arte straordinaria e per certi versi anomala rispetto a quello che è successo nel resto d’Italia. Perché anomala? Detta così sembra una parola preoccupante, in realtà no. Anomala perché, come dice giustamente Sgarbi, mentre in Toscana dipingono i Toscani, in Umbria gli Umbri, a Venezia i Veneti, in Lombardia i Lombardi e possiamo parlare di scuola venete, lombarda, umbra, fiorentina (con le dovute eccezioni), nelle Marche abbiamo una concentrazione di stili e di firme provenienti un po' da ogni dove e questo fa di noi un territorio interessante per ogni turista interessato all'arte. Prendiamo Monte San Giusto! Da Venezia arriva Lotto e sempre da Venezia arriverà a costruire l'organo anche Gaetano Callido, l'Hispanus il cui appellativo ne tradisce la provenienza e che per noi ha affrescato (quel che resta) le stanze di Palazzo Bonafede, e con loro tutti i grandi pittori della zona con i vari Durante Nobili, Domenico Malpiedi, Rozzi, Ricci. Chi ci ha preceduto nella storia ha creato un vero e proprio museo diffuso costellato di opere d’arte e favorito dall’azione di Bonafede e degli istituti monastici. Piccola chiosa su un’altra tela che pochi conoscono e che si trova nell’archivio storico comunale il cui soggetto è il Durastante e che, insieme a quest’ultima ritrovata, finirà nel progetto Art Bonus, sperando, da qui a qualche anno, di recuperare buona parte del nostro patrimonio artistico in maniera da poter garantire un’esposizione senz’altro più consona alla bellezza delle opere che abbiamo ereditato.


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